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Due parole con  Miriam Stallone (Deva)

by John Rotter Altisonante per quanto possa sembrare, i Deva sono sopravissuti alla confusione generata da parte della stampa specializzata a riguardo del loro genere [leggi: tacciati prima di “bipolarismo musicale” (!), definiti in seguito “progressive gothic metal” (gothic!) e amenità varie a seguire...] proprio grazie alla loro peculiare capacità di suonare heavy metal al di là. Del genere e delle etichette, s’intende. A un anno di distanza dal debutto sul mercato italiano, l’esplosivo-riflessivo “Between life and dreams” – tuttora una piccola perla a discapito di uno scenario nazionale quantomeno preoccupante – raggiunge quello svizzero, austriaco e tedesco; occasione che ci permette di andare ad incontrare l’effervescente bassista Miriam Stallone per un face-to-face al vetriolo che ci porterà a scoprire molto su di lei e sui Deva. Molto, ma anche di più... Perchè il basso? Credo che questa preferenza sia stata dettata, e lo è tuttora, dal mio personale rapporto coi sensi. Ciò che mi ha sempre attirato è la sensazione uditiva delle sue sonorità avvolgenti unita alla loro controparte tattile. Queste possono essere sperimentate suonando generi diversi e con bassi di struttura differente – le corde spesse che premono sotto le dita, così come il corpo dello strumento che si fa sentire con la sua presenza fisica piuttosto imponente, da sempre rappresentano un naturale richiamo al mio istinto di musicista/artista. Naturalmente, poi, non sono secondarie tutte quelle motivazioni di studio e di ricerca sonico-musicale che vi si aggiungono, ma se devo andare all'origine di tutto credo che sia proprio questa sua natura fisica, corporea persino, a rappresentare di più la mia scelta. Che tipo di bassista sei? Attualmente sono alla ricerca di uno stile personale, ricerca che spero non terminerà mai. In cosa essa consista preferisco che siano altri a restituirmelo sulla base di quello che arriva loro, quindi ti potrei rigirare la domanda! In generale mi piace variare e sperimentare, ma qualora il pezzo lo richiedesse, procederei con partiture tipicamente ritmiche. Nuovamente, mi sento spesso di sfruttare i molteplici e differenti tipi d’accompagnamento, come le armonizzazioni sui groove o i fraseggi melodici. Amo molto lavorare su linee agili ed efficaci, mentre non mi hanno mai interessato i virtuosismi fini a se stessi. Che modello usi; e perché? Suono bassi Cort quasi da sempre. I cinque corde della serie Artisan mi danno grandi soddisfazioni per fare la musica che faccio con i Deva: bassi leggeri, maneggevoli (scalatura 34” e manico sottile non ti fanno neanche accorgere che stai suonando un cinque corde!), che, sopratutto dal vivo, fanno la differenza. Dal punto di vista del sound il C5 è quello più scuro, forse più adatto per alcune sonorità peculiarmente metal, mentre invece l'A5 “neck-thru” ha un suono piuttosto chiaro, dinamico e agile: molti si sono stupiti nel sentirmi suonare un tipo di musica riconducibile al progressive metal con questo modello, ma io in realtà lo trovo perfetto. Perchè il progressive metal? Progressive metal...! Così dicono, ma sarebbe da rettificare la definizione nella misura in cui ci sono ancora molti, troppi ascoltatori, giornalisti e persino musicisti che credono che fare progressive metal sia solo un'esibizione di tecnica e studio al limite del solipsismo (a dire il vero lo è solo nelle sue forme più deviate, che poco hanno a che vedere con la musicalità). Credo invece sia più che altro un ottimo escamotage per suonare una sorta di heavy metal che non si accontenta, più raffinato se vogliamo, ma proprio per questo più ascoltabile e musicale. Auspicabilmente, benché le partiture richiedano spesso preparazione e molta, molta pratica, il prodotto finito sonico dovrebbe poter fluire in maniera molto semplice e naturale, arrivare all’ascoltatore un po’ come se nulla fosse... Come il tuo sound si lega a quello della band? Di sicuro il modo in cui il mio sound è andato a legarsi a quello della band è maturato e cresciuto nel tempo. Ad oggi, partendo comunque dagli albori del gruppo, esso si è concretizzato nel nostro debut album Between life and dreams. Non è facile, tuttavia, fare la bassista nei Deva, poiché ci si ritrova al centro di sollecitazioni complesse che provengono dalle scomposizioni ritmiche della batteria e dalle ricche linee della chitarra. L'esigenza ricorrente è dunque quella di avere un basso al servizio della canzone ma allo stesso tempo non appiattito né sulle né dalle parti altrui, che sia sempre personale e dinamico senza essere egocentrico. Si tratta di ricamarsi spazi tra le pieghe del brano cercando per quanto possibile l'originalità. E sì, a me piace molto ricamare! Il vostro disco debutta dopo un anno dall’uscita italiana in Svizzera, Austria e Germania. Come, dodici mesi dopo, si sono evoluti i Deva? In questi dodici mesi abbiamo preso più coscienza di noi stessi, lavorando tanto per riuscire a fare un salto di qualità e, soprattutto, di personalità, sia come singoli strumentisti che come band. Avendo firmato un contratto, abbiamo toccato con mano cosa significa concretamente lavorare insieme ad un management e un'etichetta. Non è sempre facile stare al passo ma molto dipende da come ti poni nei confronti della musica e dei tuoi colleghi. É stato un anno intenso e duro, che ci ha comunque regalato molte soddisfazioni vista la gran quantità di stampa che si è occupata di noi ed il numero sempre crescente di fan club, soprattutto all’estero. Between life and dreams gode tuttora di un marchio di fabbrica sonoro peculiare e riconoscibilissimo. Cosa dovremo aspettarci dalle nuove composizioni? Dal punto di vista del songwriting stiamo approfondendo uno stile cercando di fondere in maniera più armonica il nostro lato più scuro e melanconico con un progressive sempre più consapevole perchè più elaborato e stratificato, comunque più musicale: i brani sono più complessi ma l'ascolto è paradossalmente (ed è il paradosso del buon progressive!) più accessibile e, spero, convincente. Per conseguire questo risultato stiamo imparando a “limare” le parti. La voce di Beatrice Palumbo in particolare è molto maturata e si fonde sempre di più col sound delle canzoni. Come vivi la dimensione live del progetto? Suonare dal vivo è sicuramente una delle realizzazioni maggiori per un musicista, il momento in cui puoi esprimere nella maniera più diretta la tua arte; questo è abbastanza scontato. La performance live è un precipitare di aspetti diversi, che andranno tutti a confluire nello stesso attimo temporale, in ogni minimo intervallo di tempo o durata delle note: ci sei tu, le tue parti, la tua band; l'ascolto del proprio suono e di quello degli altri strumenti. Ci sono il palco in cui muoversi, il pubblico, le contingenze, e a unire il tutto c'è la tua musica, quella che ami e che è anche tua. Futuro imminente... Stiamo lavorando al nuovo album e preparando un live set che presenti e includa anche nuovi brani. © Aprile 2011 – John Rotter All rights reserved. Per informazioni sul super basso Cort utilizzato da Miriam, Clicca qui Per informazioni su Cort ed i centri autorizzati sul territorio Italiano , clicca qui http://www.backline.it/ita/it/index_marca.php?page1=dett&x=30&page2=cartina
 
  

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